mag 07 2010

Il valore terapeutico dell’allenamento

Categoria: Pensieri sparsi, Salva Te Ipsumsingleatrentanni @ 13:10

E’ una sera come tante, in un periodo come tanti in cui ero afflitto da una forma piuttosto grave di rabbia endogena. Quella rabbia che non sai dove canalizzare, che viene non dal male fatto o ricevuto, ma da una consapevolezza profonda di inadeguatezza e mancata comprensione di una situazione.

E’ una sera come tante in cui trovo il mio rifugio in palestra, e sono li’ a fare un esercizio piuttosto ignorante (dicesi “croci su panca piana con manubri”) con un peso piuttosto ignorante (dicesi due manubri da venti chili l’uno). Come spesso capita, faccio la mia serie, arrivo veramente al limite, spendo tutto lo spendibile e a fine serie poso i manubri e schizzo letteralmente via dalla palestra digrignando i denti e ringhiando. Lo chiamo affettuosamente il mio “picco ormonale”, anche se so che di ormonale non c’è un bel niente (fosse così facile…), ma è piuttosto una reazione complessa legata allo sforzo, all’adrenalina, alla psiche un po’ malata di chi va in palestra a farsi del male coi pesi. Però è una reazione relativamente frequente per me: faccio un esercizio e balzo via dall’attrezzo in preda ad un’apparente furia. Anzi, ad una furia e basta. Mi calmo dopo venti secondi, di solito.

Da una distanza di relativa sicurezza un collega di palestra esce da sotto un bilanciere molto carico, mi guarda e sorride. Mi guarda scattare via, fare quattro passi, recuperare un’espressione del viso relativamente normale e…

CP: “Toglimi una curiosità singleatrentanni… ma chi ce lo fa fare a noi?”
“Eh già, chi ce lo fa fare… chissà…”

CP: “…”
“…”

CP: “Dì la verità, non trombi neanche tu, eh?”
“…guarda, mi hai convinto: prendo i manubri da ventidue. Mi dai un’occhiata per favore? che stavolta rischio di farmi male sennò.”

La vita, il recupero di un rapporto col proprio corpo, mille pensieri, mille situazioni che ti portano a vivere la palestra in un modo o nell’altro. Ma la disarmante semplicità di un ragazzo che mi conosce appena, alle volte, dà da riflettere più di mille discorsi altisonanti con rappresentanti dell’altro sesso.


apr 21 2010

Salva Te Ipsum

Categoria: Pensieri sparsi, Salva Te Ipsumsingleatrentanni @ 09:25

Ed ecco il post pesante, ma pesante davvero, che ho in canna da un po’.

Non tutti sanno che quando gamma ha perso la gradevole decisione di tornare a fare la coinquilina, io non è che l’ho presa precisamente bene. Anzi, non l’ho presa affatto bene. Fuor di metafora: l’ho presa malissimo.

Il rapporto tra me e lei andava male, male già da un po’, e non riuscivo a risistemarlo. Nel tentare di risistemarlo, o forse per annegare la disperazione, o chissà se per recuperare un rapporto con una qualche forza erotica (intesa, come vedrete, in senso lato) mi ero buttato sul cibo. E io, che magro ero giustappunto quando ero ragazzo o quando facevo agonismo, sono ingrassato ancora di più.

Aggiungiamo che nei primi giorni “post coinquilina”, in cui cercavo ancora di più di capire – e forse di recuperare – lei se ne esce con la mirabile frase “del resto cosa vuoi, sei anche un ciccione schifoso”. E li’ arriva il colpo basso, la baionettata diretta al cuore. Il cuore era in frantumi, la mia autostima va in frantumi, io vado in frantumi. La razionalità tenta di salvare il salvabile, ricordandomi “ehi, quando l’hai conosciuta eri solo quindici chili in meno”, e fallisce miseramente.

E a quel punto smetto di mangiare. Completamente. Tre settimane di digiuno quasi completo, se si eccettua l’acqua, e qualche caffè macchiato che per fortuna sta al suo posto invece di lottare prepotentemente per riuscire dal mio corpo come tutti gli altri cibi che provo – beata razionalità – a farci entrare. Nel frattempo provo ad andare in palestra, avevo qualche ingresso ancora da sfuttare.

E in quelle settimane avviene un po’ di patatrac: in palestra svenimenti continui (con l’istruttore son diventato amico, dalle volte che mi ha ritirato su), sul lavoro mi addormentavo a metà giornata… e fin lì ci si può stare, conosco la razionalità del non mangiare e so quali sono i sintomi. Finchè non iniziano i sintomi seri, iniziano i mancamenti, inizia a bloccarsi prima l’intestino, poi i reni. Inizio a spaventarmi, ma spaventarmi davvero. Sapevo che un altro po’ di questa solfa sarebbero arrivati danni seri.

E lì avviene il piccolo miracolo, riesco piano piano a trattenere qualcosa, una fetta di prosciutto, un fico, un pezzo di pane… e piano piano il mio corpo salva sè stesso, perchè io, in tutta franchezza, non ne avevo le forze e l’avrei lasciato andare.

Da tutta la vicenda capisco a mente (relativamente) lucida una cosa importante: che il rapporto col mio corpo era perso, e assieme a lui una parte di me. Capisco che tutte le volte che mi dicevo “si, ok, sono ingrassato ma sono sempre la stessa persona, dentro” stavo mentendo a me stesso, prima che agli altri. Capisco che c’è un rapporto da recuperare, una nuova confidenza da ricostruire, tanta, TANTA strada da fare.

 

Quando mi folgorò l’idea di www.singleatrentanni.com, quest’estate, c’era il pensiero di una categoria “salva te ipsum”: salva te stesso, come il mio corpo ha fatto di sua sponte, come un album fotografico su facebook che porta con sè le tappe di un rapporto da riallacciare. Volevo parlare di peso, di disturbi dell’alimentazione, di quello che è DAVVERO l’obesità fuori dagli articoli del cacchio dei giornali per donne, dei piccoli grandi passi verso il ritorno ad un corpo – se non bello – almeno umanoide. Poi ho aperto il blog a primavera, e i post sulla vita trascorsa hanno avuto e avranno un peso maggiore rispetto alle “piccole tappe”. Non vi annoierò con post sui traguardi raggiunti in termini di chili persi, anche perchè ad oggi, a quarantadue chili di distanza da “quel momento”, ha poco senso mettersi a rievocare.

 

Però il recupero del rapporto con un corpo è una parte importante della vita da single di ognuno di noi, e si, ci sarà un “salva te ipsum” da qualche parte. C’è sempre, da quando decido di uscire con una ragazza nonostante la diarrea, all’impegno che metto in palestra (e alla mialgia, fedele compagna di vita) alla frase tipica che mi dice chi sa quali ritmi di vita tengo da mesi e mi chiede se non mi sento stanco: “Riposerò quando sarò morto. Ora voglio vivere.”

Perchè il rapporto col corpo è da ricostruire. Io lo colmo di attenzioni,  ma lui fa quel che dico io quando ho bisogno che mi segua. E quando può non seguirmi, ha tutto il tempo per rilassarsi.

 

E anche quando altre mi fanno la gentilezza di trovarmi inadeguato, so che la strada per salvare me stesso è solo stata imboccata. E durerà una vita intera.


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