Teorema della Persistenza Comportamentale

Quanto era che non vi deliziavo con un teorema? Tanto. Lo so. Vi sono mancato.

Si enunzia – a seguito di riflessioni gentilmente offerte alla mia tutt’altro che augusta personcina – il seguente Teorema della Persistenza Comportamentale

Chi fa, rifà

applicando a codesto teorema le regole del cinismo si ottengono i seguenti corollari:

  1. Chi nasce tondo non muore quadrato
  2. A far bene agli asini si prendono solo calci

Inoltre, sia data la definizione del sostantivo femminile “Speranza”, così formulata

Speranza [spe-ràn-za) (s.f.): “attesa fiduciosa che si verifichi un futuro positivo”

e definendo Futuro come “elenco di accadimenti situati in avanti nel tempo”, possiamo dire

Speranza: “Attesa fiduciosa di accadimenti positivi in avanti nel tempo”

Purtuttavia, sappiamo che niente accade per caso: non esistendo il Caso si deduce quindi che ciò che accade avviene per diretta o  indiretta conseguenza delle azioni di qualcuno. Quindi possiamo riformulare la speranza come

Speranza: “Attesa fiduciosa che qualcuno faccia qualcosa di positivo in avanti nel tempo”.

Poichè per l’attesa della speranza di un accadimento positivo nel futuro implica giocoforza la sua assenza nel presente e in ossequio al principio di negazione che ci dice “chi fa, rifà implica che chi non fa non rifarà” possiamo quindi enunciare

Speranza: “Attesa fiduciosa che qualcuno faccia qualcosa che non ha mai fatto o che qualcuno smetta di fare qualcosa che sta attualmente facendo”

Applicando quindi il Teorema della Speranza Comportamentale, possiamo quindi dimostrare che la definizione stessa di speranza contrasta con detto teorema: è impossibile che chi fa non rifaccia e il suo inverso, quindi il proverbio

“La speranza è l’ultima a morire”

si dimostra fasullo in quanto la speranza è un insieme vuoto. Non è quindi vero che la speranza è l’ultima a morire: la speranza è nata morta.

Buon fine settimana a tutti!

Babysteps

Questo è un post… vecchio. Molto vecchio. Che ho lasciato bollire per un bel po’ prima di pubblicare.

Parte da un messaggio di una lettrice che mi chiede, con molta semplicità, come si fa a rialzarsi da un dolore. Lei parlava di una perdita grave, un familiare che se ne è andato e nel peggiore dei modi.

Facciamo due salutari premessa: in primis io non sono né uno psicologo né tantomeno uno psicoterapeuta. Sono una persona, semplicemente, che fa la sua strada e non si vergogna a raccontarla. In seconda causa ricordiamoci che il dolore è più squisitamente personale del DNA. Ognuno ha il suo.

Tralasciamo la fase acuta. Quella è… semplicemente una fase acuta. C’è chi piange. Chi si dispera. Chi diventa cattivo. Chi – come me – si inchioda, semplicemente. Mette su gli occhioni da cucciolo di foca, smette di respirare, smette di mangiare, e guarda il dolore in faccia, prendendo nel frattempo tutte le bastonate che c’è da prendere. Come il giochino dei bimbi che si guardano fino a che uno non abbassa lo sguardo o batte le ciglia. Finora sono sempre sopravvissuto io. Non so quante costole ho ancora da offrire in olocausto per il futuro, però.

E poi? Poi cosa si fa?

Poi ci si accorge che siamo in piedi, frastornati dalle mazzate, e persi. Probabilmente con parecchie certezze in meno, probabilmente zoppicanti e con la classica miopia di chi non è ancora in grado di alzare la testa e riesce solo a vedersi i piedi attraverso gli occhi gonfi. E allora? E allora babysteps.

Babysteps: passi di bambino. Brevi, incerti, piccoli, implacabilmente costanti. Un piede davanti all’altro, e da qualche parte arriverò.

Un passo alla volta. Senza sapere il perchè. Vedo una persona. Scrivo una mail. Faccio una telefonata. Mi reco al lavoro sbarbato e curato. Faccio una cosa che non ho mai fatto prima. Compro un oggetto. Scrivo un post.

Senza un perchè o un percome. L’unico scopo che voglio è rimettermi in movimento. Camminare. Fare. Senza sapere la meta, la meta non è importante… e del resto se stiamo zoppicando e abbiamo gli occhi gonfi. Non ha senso dire “voglio andare li'”. Camminare per il gusto di farlo, camminare per scoprire che siamo ancora capaci di farlo.

Babysteps. Un passo alla volta e da qualche parte arriveremo.

Avete mai sentito parlare della legge di gravitazione universale? Senza entrare in inutili tecnicismi, una delle sue letture è che un corpo con massa leggera è attratto da un corpo con massa pesante. E voi camminate, leggeri e vacui, un piedino alla volta traballanti come un infante. Dove pensate di arrivare?

Arriverete a voi stessi, perché nonostante tutto voi siete l’epicentro del vostro mondo. Il corpo celeste attorno al quale tutto il resto orbita, che lo vogliate o meno. Potete essere vacui e sgonfi, ma li’ ritornerete. Ma non cadendoci. Camminando, un passo dietro l’altro, ogni passo più lungo e più saldo del precedente nonostante qualche caduta sul percorso e qualche sgambetto.

Allora alzerete lo sguardo e sorriderete. Nonostante le costole rotte facciano ancora male, e nonostante in cuor vostro sia forte la coscienza che non torneranno come prima, mai più. Chissà, magari nel vostro vagare avete scoperto qualcosa di nuovo e bello.

Dove andiamo, oggi?

Routine

Post per salutarvi tutti, sarò fuori per tutta la settimana a partire da stamani e in seria difficoltà a rispondere ai messaggi e ad approvare i commenti.

E’ un luminoso pomeriggio quasi primaverile. Rivedo, dopo tanto, il Collega del Mulino Bianco. Ve lo ricordate, si? Casale di campagna, i campi tutto intorno, moglie, due figlie, due gatte e una canina. Un amico, oltre che un collega, uno che me le ha viste passare tante. Che dico tante, tutte.

Ci sediamo di fronte a una insalata, e attacchiamo a parlare. E’ tanto che non ci vediamo e come due ragazze ci mettiamo a parlottare, prima del più e del meno, poi dei colleghi, e poi alla fine di noi due.

Attacco il mio repertorio fatto di gente che viene e gente che se ne va, di incontri, di scontri, di scene dolcissime e di tagli, di belle persone e di altre che hanno litigato con la propria umanità. Parlo a ruota libera per parecchi minuti, interrotto solo da qualche sguardo o da qualche domanda puntuale. Lui è un bravissimo ascoltatore, e mi sento bene. Ma anche io sono curioso e trovo gioia nel sapere di lui.

“…e tu, invece? che mi racconti?”
“Io? Solita routine, la moglie, le bimbe, le gatte, la canina…”
“…”
“…è rassicurante, sai?”

Ecco. Fai pure. Trapassami senza misericordia, proprio li’, che sono bello morbidino e il punteruolo entra bene.

Ha ragione. E’ rassicurante, ma non nel modo in cui potevo intendere io anni fa. Non è rassicurante perchè arrivi a casa e più o meno sai cosa trovi e non devi metterti in gioco più di quel tanto. E’ rassicurante perchè è una vita di amore puro, di impegno, di dedizione. Di cose rotte che vengono aggiustate invece che buttate, alle volte di fatica dura, alle volte di incazzature belle solenni che ti fanno arrivare in ufficio schiumante di rabbia dalla sera prima. Con le gioie che la vita può concederti a darti la bussola per andare avanti ancora.

Ma è amore. Quello vero, non quello che si dice, non l’innamoramento, non il corteggiamento, non la scoperta. E’ un amore di scelta, che viene ripetuto e reiterato giorno dopo giorno.

L’amore, ma non quello che si dice. L’amore che si fa. Perchè a innamorarci siamo capaci più o meno tutti, è bello, è uno sfogo. E’ un correre. E’ fottutamente divertente e si tromba pure come ricci.

Ma non tutto li’. Innamorarsi non è correre, innamorarsi è prendere la rincorsa e prepararsi a un salto nel vuoto. Amore è trovare la forza di sbattere entrambe le ali e continuare a volare, talvolta in alto, talvolta in basso… talvolta tra le nubi e talvolta sotto il sole.

Amore. E routine.

Grazie per la splendida lezione di vita, amico mio. E per l’esempio. Sei un faro.

Usato Garantito

Chiacchierata. Amico1 e Amico2 che parlano di donne e di moralità, in stile un po’ da bar.

A1: “Aaah, qui non si resiste, c’è una moralità che è andata a puttane, donne che la danno via come se non fosse neanche loro”
A2: “Per carità, ormai le donne vogliono le storie da ottobre a maggio, come gli affitti invernali, che d’estate il mercato si rianima e spuntano prezzi migliori!”
A1: “Si, ma insomma, dovrebbero regolarsi un po’!”
A2: “Iniziamo dalle tue, a farle regolare? perché poi è la volta buona che smettono e davvero che ci tacciano di misoginia”
A1: “Si, ma non dico di volerla nuova, però, ecco… lo vorresti lo stesso un Gronchi Rosa, se ce ne fossero milioni?”
A2: “C’è pieno di usati garantiti in giro”

sa30a: “L’unica cosa dell’usato garantito è che è garantito che ti usa. E comunque, chiunque definisce una cosa in base alla sua rarità e non alle sue qualità, per me, è un cretino.

A1: “…”
A2: “…”
A1: “…allora io vado, eh, ci sentiamo…”
A2: “che ha fatto il Milan?”

Non so se volessero fare a gara a chi era più misogino, oggi. Però mettere sullo stesso ring Alvaro Vitali, Lino Banfi e Mike Tyson non è per niente ma per niente sportivo.

(prima che me lo chiediate: no, nemmeno la Pasqua mi rende più buono)

Donne Difficili: precisazioni

Fermi, fermi un attimo.
Mi rendo conto che il mio modo espositivo è molto essenziale e lascia (volutamente!) parecchio spazio all’interpretazione… però cerchiamo di non buttare il bimbo con l’acqua sporca, per favore.

Chiariamo (e qui rispondo ad Elena) un concetto che ho già ribadito. Una donna difficile non è una donna che non me la dà. Una donna che non me la dà, pleonasticamente, è una donna che non me la dà.

Intelligenza e “difficilità” (scusate il neologismo, ma in questo caso ci voleva) sono due cose assolutamente NON correlate. Si può essere intelligenti e “non difficili” (scusate se non uso la parola “facile”, ma vedo che tende ad essere fraintesa), si può essere intelligenti e difficili e dico anche, sciocche e difficili.

Mettiamo anche un altro punto fermo: Forrest Gump direbbe “difficile è chi difficile fa”. Ha ragione da vendere. Specie se si vede il concetto di “difficilità” come lo si è delineato nel post del blog, vale a dire:

Un guscio di pensieri annodati tra di loro, difficoltà, trappole emotive e comportamentali creato ad hoc per creare distanza, mettere in difficoltà, stabilire una gerarchia o evitare di confrontarsi con le proprie insicurezze

Questa, è la “difficilità”. Che attenzione, non è nè troppa nè troppo poca intelligenza. Non è la ricerca di un dialogo o di sviscerare le questioni quando queste questioni vanno sviscerate. Non è il desiderio di comprendere il mondo che ci circonda.
E’ proprio la voglia di prendere una gonade altrui, impastarla, spianarlo, farci una michetta e alle più o meno comprensibili rimostranze autogiustificare QUESTO comportamento e TANTI ALTRI dando la colpa al gemito del proprietario della gonade stessa.

Mabh (et al) delineano (ad esempio a partire dal commento #22) anche un altro corollario del concetto di “difficilità”, che è quello di “leziosità”. C’è un tempo per tutto. C’è il tempo della cena preparata con ingredienti selezionati e cucinata con cura, e c’è il tempo del panino al fastfood mangiato ridendo dei reciproci rutti. C’è il tempo della nottata passata tra baci, carezze, preliminari, sesso tantrico e coccole e c’è la sveltina. C’è il tempo della lunga dissertazione, magari puramente teoretica e fine a sè stessa, e c’è il tempo di liquidare le cose con un “vaffanculo”. C’è un nero e un bianco.

In mezzo ci sono tutta una serie di scale di grigi dove le rispettive tonalità di colore si incontrano e si fondono nel colore della coppia. Colore che di sicuro non deve essere troppo lontano dal colore dei singoli, ma è statisticamente folle pensare che la coppia ragioni come ragioneremmo noi da soli.

Il difficile e la difficile tutto questo non lo capiranno mai.

La Sindrome da Principe Azzurro

Ci sono comportamenti che vengono definiti atavici, acquisiti quasi nel nostro DNA. Un pastore tedesco ha l’istinto alla guardia: è atavico. Un gattino la fa nella lettiera e la copre: è l’istinto atavico da predatore.

Gli esemplari maschi della specie homo sapiens sono atavicamente competitivi. Cercano la competizione, il confronto, fin da quando alle scuole elementari sbirciano nei vespasiani per capire chi ce l’ha più lungo, o quando si prendono a pedate giocando a pallone mentre le bambine giocano con i peluches di hello kitty o a far spostare i mobili della casa delle bambole a Big Jim mentre Barbie dirige i lavori.

Giocoforza, si cresce. Arriva l’età in cui non puoi più sbirciare i piselli al vespasiano, vuoi perchè ti sei stancato di perdere, vuoi perchè inizi a sentirti dare del finocchio dai compagni di classe e non apprezzi molto l’ostracismo che ne consegue. Allora cosa fai? sposti l’istinto predatorio, l’istinto di competizione, su altre cose. Se ti va di culo, usi i soldi dei tuoi genitori per competere con gli abiti firmati o i motorini truccati. Se ti va male, inizi a ragionare con le donne.

Facciamo un attimo di osservazione della realtà: quanti di voi hanno sentito dire ad una donna “guarda, era veramente un amore il mio ex… solo che sono stata una cretina, tra paturnie autoinventate, castità imposte per ripicca e rompimenti di gonadi vari l’ho fatto scappare“? Tutti con le mani sul grembo, eh? bravi. Normale amministrazione; non me ne stupisco.

All’atto pratico, all’inizio di una storia, vi sentirete raccontare peste e corna dell’eventuale ex. Dal “non mi dava attenzioni” fino al “mi picchiava“, passando per tutte le gradazioni intermedie di crudeltà gratuite (si, fateci caso: sono tutte gratuite) perpetrate dall’ex alla gentil pulzella.

Li’, in assenza di vespasiano, scatta l’istinto di competizione del maschio del terzo millennio: la Sindrome del Principe Azzurro. “Si, io sono più Principe Azzurro di lui!” ci si ripete convinti, magari per controbilanciare il fatto che al vespasiano ci avrebbe suonato come zampogne. E da li’ parte un crescendo di errori, altrimenti noto come il “dare il 120%“, quel madornale errore che ci porta a sovraimpegnarci, a coprirle di attenzioni, a rimediare a tutti gli errori dei suoi ex passati presenti e futuri, a dispendere preziose energie che servirebbero per ricaricarci.

Ignoriamo, tapini, che in quel momento siamo dei Big Jim che spostano mobili nella casa delle bambole, ad una Barbie a cui non andrà mai bene qualsiasi arredamento, fino a che ci stancheremo e non saremo più al 120%. E lei, al prossimo, dirà “Non mi dava attenzioni, non mi cercava, era distante, non vedi come ci sta male quel divano accostato a quel muro? pensa, lui si rifiutava sempre di spostarlo!”

Meditate gente, meditate.